Oppure nessuno

Il problema è capirsi. Oppure nessuno può capire nessuno: ogni merlo crede d’aver messo nel fischio un significato fondamentale per lui, ma che solo lui intende; l’altro gli ribatte qualcosa che non ha relazione con quello che lui ha detto; è un dialogo tra sordi, una conversazione senza né capo né coda.
Ma i dialoghi umani sono forse qualcosa di diverso?

Italo Calvino, Palomar

Un minuto di silenzio. Utilizziamo il silenzio per commemorare i defunti, per ricordare eventi che hanno segnato la società. Il silenzio è rispetto, è preghiera.

Ogniqualvolta proviamo a stabilire un dialogo con noi stessi ricerchiamo la totale assenza di rumori, voci e suoni, che sia in una stanza o in uno spazio aperto. E quando questo dialogo diventa troppo intimo rifuggiamo il silenzio, proviamo a fare in modo che si dissolva in una nuvola di brusii. Non riusciamo a dominarne la pesantezza, che è al tempo stesso chiarezza e impotenza.

Tace il silenzio, ci immette in uno stato di ascolto del nostro corpo, il nostro respiro si fa più forte, il fluire del sangue nelle vene percepibile, riconoscibile il battito cardiaco. Chi possiede il silenzio ne riconosce la forma, lo ritrova nella musica o nel rumore delle onde che si avvolgono l’una sull’altra, non è mai uguale a se stesso. Non è luogo, pur assumendone la forma, non è vuoto, pur mancando di sostanza.  Il silenzio è presa di coscienza del nostro pensiero ma allo stesso tempo è poterne definire la distanza.

Tuttavia all’interno di una rapporto può assumere contorni differenti: causa di discussioni, talvolta diventa omissione, talvolta omertà, spesso il problema stesso. Dando un significato al silenzio ne definiamo la forza, una forza che può essere distruttiva o costruttiva. Voi che rapporto avete con il silenzio?

Il sublime

Chiudi il tuo occhio fisico, così che tu possa vedere il quadro con l’occhio dello spirito. Poi porta alla luce del giorno ciò che hai visto nell’oscurità, così che possa reagire con gli altri, dall’esterno verso l’interno” Caspar David Friedrich, 1830.

Il sublime, è questa la sensazione che suscitano le opere del pittore romantico Caspar David Friedrich. Il sentimento teorizzato nella metà del ‘700 da Edmund Burke, nella sua opera Ricerca filosofica sull’origine delle idee del sublime e del bello, si differenzia dal bello in quanto non suscita piacere ma un “orrore dilettevole” costituito da emozioni contrastanti: paura e attrazione, turbamento ed eccitazione.

Artisti romantici come Friedrich e Joseph Mallord William Turner hanno affrontato il tema del sublime nelle loro opere, paesaggi vasti e desolati nelle tele dell’artista tedesco e forme in dissoluzione, avvolte da vortici di colori e luci, per il visionario pittore inglese.

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Joseph M. William Turner, Luce e colore. Il mattino dopo il diluvio, 1843 circa. Olio su tela (Fonte:Wikipedia)

Nei paesaggi dipinti da Friedrich si coglie la presenza di un’entità superiore, Dio; dalla visione dell’assoluto che trascende ogni limite temporale e spaziale emerge, infatti, il sentimento religioso dell’artista.

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Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare, 1808-1809. Olio su tela (Fonte: Wikipedia)

Nell’opera Monaco in riva al mare, lo spettatore è catapultato nella tela, capace di comprendere le sensazioni provate dal soggetto dell’opera, o piuttosto oggetto, in quanto la ridotta dimensione lo rende insignificante davanti alla vastità della natura. L’incontro tra cielo e mare, spiaggia e acqua, e l’assenza di prospettiva che obbliga l’occhio dello spettatore a perdersi nello spazio, non fanno che accentuare il sentimento di disagio misto a fascino dovuto all’assenza di un punto di riferimento. Rimane insoddisfatta la costante tensione dell’uomo verso l’assolutezza dell’infinito, e lo costringe ad accettare la precarietà della sua esistenza.

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Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818, olio su tela (Fonte: Wikipedia)

Nel Viandante sul mare di nebbia, l’uomo rappresentato di spalle e vestito in abiti borghesi, viene dominato dal paesaggio antistante. Cosa comunicano le nuvole, la nebbia e i monti al protagonista passivo, come noi spettatore impotente? La battaglia tra il finito e l’infinito è persa in partenza?

Assertività

Quelli che vale la pena di amare veramente sono quelli che ti rendono estraneo a te stesso. Quelli che riescono a estirparti dal tuo habitat e dal tuo viaggio, e ti trapiantano in un altro ecosistema, riuscendo a tenerti in vita in quella giungla che non conosci e dove certamente moriresti se non fosse che loro sono lì e ti insegnano i passi i gesti e le parole: e tu, contro ogni previsione, sei in grado di ripeterli”.

Chiedi alla polvere, John Fante

 

Quante volte il nostro comportamento sfocia nell’aggressività o subisce l’arroganza altrui? Quanto è difficile essere consapevoli delle proprie emozioni e portare avanti i propri valori, principi o idee senza aver timore di essere fraintesi, tacciati di presunzione o etichettati come “diversi”? Quali sono i principali ostacoli alla manifestazione dell’essere?

L’assertività è la meta alla quale tutti, o quasi, tendiamo.

Sto parlando della capacità di affermare se stessi, esprimere il proprio pensiero e punto di vista senza prevaricare sugli altri, rispettando le opinioni altrui.

L’individuo assertivo:

  • è partecipe, capace di ascoltare l’altro senza giudicare
  • non è né aggressivo né passivo e non ha paura di manifestare il proprio dissenso in maniera chiara e diretta

Per essere assertivi occorre: una buona autostima e rispetto per se stessi, riuscire a comunicare in maniera efficace, senza timore e senza aggredire l’interlocutore quando questo esprime dei dubbi sui nostri comportamenti e opinioni.

Se non siete riusciti ancora a fare vostro questo atteggiamento, circondatevi di persone assertive, capaci di ispirare il cambiamento, ascoltare le vostre parole con attenzione, individui che dispongono di un’umiltà e sensibilità tale da entrare nel vostro mondo in punta di piedi. Fatevi accompagnare, lasciate dondolare l’altalena e mantenete la spinta nei rapporti interpersonali e nel tira e molla con voi stessi.

Scusatemi per questa dose di psicologia spicciola, sul web trovate migliaia di siti che affrontano il tema con precisione, distribuiscono consigli sulla postura, tono di voce o gestualità da utilizzare per comunicare efficacemente e sentirsi costantemente a proprio agio in ogni situazione. Io, che sono una donna terribilmente imperfetta ma affascinata da chiunque riesca a migliorare se stesso, avere un atteggiamento perennemente positivo nei confronti della vita e, ancora meglio, propositivo, aspiro a questo modello.. in attesa del prossimo, più accessibile e perseguibile, ricco di forza, ansie e difetti.

Qual è il metro che utilizzate per definirvi? Le relazioni che instaurate, i traguardi che raggiungete o il coraggio e la forza che acquisite?

L’evoluzione sociale attraverso il digitale

Le tecnologie digitali oggi permettono uno scambio di dati, conoscenze e sentimenti impensabile fino a qualche decennio fa. La rivoluzione tecnologica ha cambiato il mondo, le relazioni e la comunicazione tra individui, ma questo ha davvero, come molti ritengono, causato un impoverimento culturale delle nuove generazioni, più sole e incapaci di costruire relazioni reali e stabili?

I social media offrono ponti, condivisione, possibilità di espressione delle proprie aspirazioni (dalle più alte alle più becere) o credenze (superstizioni o ideologie), siano queste passioni culinarie, doti di scrittura, danza, o conoscenze sulla moda o sul fitness e ci bombardano costantemente con stimoli diversificati e modelli irreali. Ritengo, banalmente, che gli aspetti negativi provengano dall’uso che si fa della rete (es. la ricerca spasmodica del selfie perfetto, dell’approvazione narcisistica del proprio io), o della riduzione della privacy (la rete tiene traccia di ogni nostro comportamento o movimento).

I social network corrispondono alla nostra identità, mi spiego meglio, il modo in cui li usiamo, ciò che postiamo, le foto in cui ci mostriamo vengono utilizzate per definire la nostra persona: schiva e solitaria, festaiola e acculturata, divoratrice di serie tv e cioccolato. Tramite queste piattaforme cerchiamo di delimitare il nostro mondo, correggerlo, organizzarlo per categorie, mi piace e gruppi; con i social media generiamo gruppi di maggiori dimensioni rispetto a quelli che costruiamo nella realtà, tuttavia si tratta di relazioni precarie che evolvono secondo i ritmi imposti dal web. La vita online non è distinta e distaccata da quella offline bensì sono l’una l’estensione dell’altra, definiscono una vita integrata, connessione di esperienze e convergenza della sfera pubblica con quella privata. Purtroppo finiamo spesso per identificarci in quello che postiamo e ciò viene ad influenzare la considerazione del nostro piccolo sé e, in una società iper-competitiva come l’attuale, affossare gli account più fragili.

Il tema coinvolge discipline come la sociologia, la psicoanalisi e la linguistica, tuttavia solo il futuro potrà dirci se l’enorme trasformazione culturale e sociale che stiamo attraversando avrà contribuito allo sviluppo cognitivo dell’uomo o alla creazione di tristi mostri automatizzati.

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La filosofia e l’arte nel Rinascimento, un modello perseguibile?

 

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Foto proveniente da: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4406048 

Verso la fine del 1508 Raffaello Sanzio venne chiamato da Papa Giulio II al fine di affrescare quattro stanze private del Palazzo Apostolico (le cosiddette “Stanze Vaticane” o “di Raffaello“), e unirsi all’équipe composta da artisti come Pietro Perugino, Lotto, Peruzzi, Signorelli e Bramantino, per poi licenziarli e affidare il lavoro al solo pittore urbinate e alla sua bottega.

Una delle maggiori opere di Raffaello, sia per sapienza compositiva che per ampiezza di forme, è sicuramente la Stanza della Segnatura, ambiente adibito a biblioteca privata del pontefice e in seguito occupato dal Tribunale della Signatura gratiae. Probabilmente fu il committente, in comunione a un gruppo di umanisti e teologi a lui vicini, a definire il programma iconografico: le quattro facoltà delle università medievali, ossia la teologia, la filosofia, la giustizia e la poesia. Sulle pareti compaiono la Disputa del Sacramento, la Scuola di Atene, il Parnaso e le Virtù, affreschi che ben esprimono l’unità tra sapere antico e religione cristiana, concetto tipicamente rinascimentale. Appare evidente anche un’esaltazione delle idee neoplatoniche del Vero (raggiunto con la Fede e la Filosofia), del Bello (raggiunto con la Poesia) e del Bene (conseguito tramite la Giustizia),  rappresentati rispettivamente dalla Disputa del Sacramento e dalla Scuola di Atene, dal Parnaso e dalle Virtù.

Il pensiero filosofico è rappresentato dall’affresco La Scuola di Atene, di cui si è conservato un cartone preparatorio, oggi alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Entro un monumentale edificio, che riprende le arcate a lacunari della Basilica di Massenzio e il San Pietro di Bramante, sono distribuiti saggi antichi e filosofi, disposti simmetricamente attorno alle figure di Platone e Aristotele, punto focale del dipinto, che nei loro gesti richiamano i massimi sistemi del pensiero classico, l’idealismo e il realismo.

Platone assume le sembianze di Leonardo da Vinci, rappresentato nell’atto di indicare il cielo con un dito, un gesto ricorrente nelle sue opere e riferimento al mondo superiore delle idee (idealismo). Nel Tempio della Sapienza compaiono lo stesso Raffaello, il Sodoma, Bramante e Michelangelo, l’Eraclito in primo piano, riconoscibile nella potenza plastica che richiama le figure della Cappella Sistina.

I filosofi sono rappresentati nelle sembianze degli artisti con l’obiettivo di conferire dignità alla professione, ancora considerata da molti come un’arte meccanica e non liberale. Il realismo dei personaggi non fa che accentuare l’amore rinascimentale per la dottrina filosofica e il valore dell’arte come attività intellettuale.

L’affermazione  del genio artistico di Raffaello è evidente in questo affresco i cui personaggi, ricchi moralmente e intellettualmente, esprimono le proprie idee tramite gesti incisivi e scambi visivi. È l’armonia tra gli elementi architettonici che definiscono lo spazio e i personaggi che lo occupano, che la fa da padrona e che permette una struttura organica e unitaria, in una perfetta coincidenza di contenuti e immagini.

La filosofia, un tempo portatrice di Verità, oggi appare bistrattata, è stata sostituita da Tumblr e dal Life coach di turno. La riflessione che l’accompagnava può oggi essere recuperata per favorire un’evoluzione del nostro pensiero critico o questo modello è ormai troppo distante dalla società 2.0?

 

Gioventù sbandata

Manca di originalità questa rabbiosa gioventù. Si scaglia contro qualsiasi cosa che pare essere causa del suo malessere, nella difficoltà di individuare un solo bersaglio. Tuttavia non riesce a raccogliere le forze per ribellarsi, distante da una soluzione che non è alla sua portata, accumula rancore. Rancore che sfocia in autolesionismo, autolesionismo che sa di sconfitta, sconfitta che si consola nei divertimenti moderni, giochi che sanno di solitudine.

Questo quando non evolve in bullismo, argomento ricorrente in questi giorni a causa del terribile episodio che ha come protagonista un giovane quindicenne del pavese, sottoposto dai suoi coetanei a violenze fisiche e psicologiche indicibili. Mortificazioni esasperate dalla diffusione dei video e delle foto che impediscono alla vittima di cancellare i ricordi visivi, ai genitori degli aguzzini rendono ingiustificabili gli atti compiuti dai loro “bravi figli”, alla giustizia permettono di assolvere il suo compito.

Tuttavia non sempre il bullismo viene a galla, la vittima soffre in silenzio per anni, continua la sua vita senza dare segni di cedimento, muore la sua autostima, spesso implode e talvolta si trasforma in carnefice. La cattiveria, il senso di onnipotenza e il desiderio di comando e di narcisistica ammirazione non si consumano col tempo, li ritroviamo in età adulta in molti ambiti della vita familiare e lavorativa. Il bullo cambia forma ma si circonda dei suoi vecchi amici, omertà e indifferenza.

Perché la diversità è sempre considerata debolezza ed elemento da estirpare dalla società, cosa temiamo possa sottrarci?

La Maiastra

“Il sognatore non è un uomo ma una specie di essere neutro. Si stabilisce prevalentemente in un angolino inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno, e ogni volta che si addentra nel suo angolino, vi aderisce come la chiocciola al guscio, e diventa simile a quell’animale divertente chiamato tartaruga, che è nello stesso tempo un animale e una casa.”

Le notti bianche, Fëdor Dostoevskij

 

La Maias47g1_brancusi_maiastra_553tra è un uccello magico che accompagna e protegge l’eroe delle favole rumene. Un soggetto che lo scultore Constantin Brancusi (1876-1957) ha trattato numerose volte, indagandone la forma e permettendo di coglierne l’essenza. Lontano da ogni movimento o avanguardia dell’epoca, l’artista rumeno crea superfici lisce e sensibili alla luce, forme essenziali evocative di mondi mitologici ed espressioni di simbologie profonde. Uno stile personalissimo, nel quale si manifesta il suo interesse per l’arte primitiva e la cultura popolare rumena.

Schivo e solitario, Brancusi si circondava di pochi amici (tra questi gli artisti Modigliani, Satie e Duchamp con i quali viene a contatto a Parigi) e lavorava nel suo studio asettico, arredato essenzialmente dalle sue creazioni. L’artista non puntava a rappresentare fedelmente il soggetto né voleva imitare la realtà, bensì creare forme che esprimessero l’essenza stessa delle cose, obiettivo che raggiunse tramite forme semplici e geometriche, in pietra, legno e bronzo. Il piedistallo delle sue opere diventa esso stesso scultura, non più quindi appoggio ma naturale prosecuzione del soggetto.

Nella Maiastra (1912) in bronzo, con la base in pietra calcarea, si può cogliere come il piedistallo sia strettamente congiunto all’animale, seppur sia evidente il passaggio dalla ruvida e grezza base, simbolo della terra e della ragione, alle forme sinuose e libere dell’uccello, slanciato verso il cielo ed espressione di forze irrazionali tipiche delle fiabe popolari. La superficie riflettente, inoltre, permette alla forma di mutare e allo spazio circostante di penetrare in essa.

Come la Maiastra noi sognatori puntiamo imperterriti verso l’alto, la base ci trattiene con le sue forti mani di pietra ma grazie alla superficie specchiante inglobiamo la magia del possibile e respingiamo la realtà.